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Autore Topic: Storia IWC  (Letto 800 volte)
Heric
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« il: 25 Maggio 2007, 13:20:23 »

I dati contenuti in questo articolo ci arrivano tramite il noto periodico Chrono World su gentile concessione della IWC Italia

Articolo a cura di Marino Mariani.

Cari lettori, quando avrete letto le prime righe di questo articolo, resistete alla tentazione di voltare pagina e passare oltre: inizio, è vero, con una vecchia storia che vi ho narrato diverse volte, ma questa volta c’è un’importantissima ed inattesa variante, che certamente vi divertirà. La vecchia storia è sempre quella dell’estate del 1980: mi trovavo a bordo della mia Alfetta 2000, avevo da poco varcato il confine svizzero con l’intento di farmi un mesetto di vacanza in territorio federale, quando mi accorsi di non avere più al polso il mio orologio, di cui non ricordo neanche la marca, e che, dopo molti mesi, riemerse spontaneamente dall’interno della vettura, mentre aveva eluso ogni mia affannata ricerca. Ero solo, perché mia moglie aveva deciso d’andare in crocera, e da solo mi toccò prendere la decisione di comprarmi un nuovo orologio. Se si pensa che proprio quell’anno festeggiavo il 25simo anno di matrimonio, si dirà che avevo l’età per prendere tale decisione, ma in famiglia avevamo l’abitudine di scegliere insieme ogni acquisto d’un certo valore, e quindi iniziai le mie ricerche carico di dubbi e d’incertezze. Mi trovavo nel cantone di Lucerna, il cui capoluogo è una vera capitale del turismo mondiale, il che significa che le sue vie sono un’incomparabile, unica, immensa e scintillante vetrina di gioiellieri ed orologiai. Se avessi avuto una piccola idea di ciò che volevo, avrei potuto risolvere la questione in una mattinata, ma di quello che volevo non avevo la minima idea. Marche d’orologi da me conosciute? Mio padre aveva uno Zenith automatico, in casa c’era anche un Longines. E poi, altri nomi da me conosciuti, erano Omega, Eterna, l’Alpina di mio suocero e...basta! E poi sorse anche la questione della spesa: secondo me un buon orologio in acciaio non avrebbe dovuto costare più di cento franchi, che a quel tempo saranno valsi sulle 50-60 mila lire. Ebbene, poiché questa storia già l’ho raccontata, saltiamo alle conclusioni: per effettuare la mia scelta impiegai diverse settimane: in fondo era un divertimento inerpicarmi tra i boschi montani di Engelberg la mattina, e poi scendere in città a fare il riccone nei negozi più lussuosi. Non solo setacciai tutti i negozi di Lucerna, riempiendomi di cataloghi e listini, ma feci puntate anche a Zurigo e a Winterthur, e questo per dire che la mia indagine fu veramente completa, ed i risultati veramente attendibili: i negozianti non mi riempivano la testa con centinaia di modelli. Poiché non mi presentavo come turista, bensì come fervido aspirante ad un acquisto profondamente ed incondizionatamente “elvatico”, essi furono unanimi nel confidarmi il loro Gotha della vera ed esclusiva nobiltà svizzera: Audemars Piguet, IWC, Patek Philippe, Piaget e Vacheron Constantin, in rigoroso ordine alfabetico. Non si tratta di una vera e propria classifica di merito: di orologi buoni o buonissimi ce ne sono molti di rispettabilissima marca al di fuori di questo ristretto florilegio, ma la tribuna d’onore rimane comunque riservata a questi nomi. E quali furono le conclusioni? Alla fine acquistai un IWC modello “Yacht Club II” in oro e acciaio al prezzo di 3.600 franchi, che oltre a piacermi istintivamente, mi veniva da più parti caldeggiato. Nel corso di quello stesso anno 1980 comprai l’identico modello, versione femminile, per mia figlia, e quello in oro massiccio (compreso il bracciale), per mia moglie. Come dissi, in effetti avevamo il 25simo anno di matrimonio da festeggiare. E veniamo all’inaspettata e divertente variante di questo racconto.

La forza motrice del Reno giungeva ai macchinari attraverso infinite cinghie di trasmissione.



Le origini di IWC

Può darsi che se avessi svolto la mia inchiesta nei cantoni occidentali di lingua francese, dove c’è Ginevra e la Vallée de Joux, assieme al 90% dell’industria orologiaria elevetica, i risultati sarebbero stati alquanto differenti, almeno in un punto specifico, e cioè nella beatificazione di IWC che, avendo sede in Sciaffusa, nella Svizzera nord-orientale, gode dell’incodizionato appoggio dei cantoni tedeschi della Svizzera interna. Ma si tratta di sottigliezze: i cantoni tedeschi rappresentano la stragrande maggioranza dell’etnia svizzera, ed hanno ogni titolo per parlare a nome dell’intera nazione. Ebbene, avendo acquisito tanti titoli nobiliari alla borsa valori del Gotha svizzero, potete immaginare il mio stato d’attesa quando, nella mia serie di profili aziendali delle più famose marche mondiali, è venuto il momento della International Watch Company, la maison svizzera di cui mi sento azionista onorario. Ebbene, vi dico subito che la prima impressione, alla lettura del libro di Manfred Fritz sulla “Grande Complication” e sulla storia della IWC (disponibile anche in italiano, Edition Stemle), è stata quella di una profonda delusione. Niente di simile alle origini “eroiche”, ed anche aristocratiche, di Breguet, Vacheron Constantin, Patek Philippe. D’altra parte, anche le famiglie Colonna e Torlonia, prima di diventare roccaforti della nobiltà pontificia, erano dedite al brigantaggio! Nel caso di IWC, il fondadore viene dall’America con l’intento di compiere un’operazione molto simile a quelle che, ai miei tempi, venivano chiamate, appunto, truffe all’americana. Non ci riesce, e fallisce. Il suo successore, anch’egli americano, fugge con la cassa... E per fortuna il finale è a lieto fine! Ma veniamo alla storia vera, come viene ricostruita nel libro di Manfred Fritz. Quale fu il primo passo? Nel 1867-68 l’orologiaio americano Florentine Ariosto Jones, dopo aver lavorato a Boston presso le fabbriche E. Howard Watch & Clock e G.P.Reed, parte per la Svizzera. Il giovane americano di 27 anni non aveva preso la sua decisione alla leggera: prima aveva svolto, come si direbbe oggi, un’accurata indagine di mercato sulle possibilità d’insediamento e sviluppo in Europa. I risultati di questa ricerca lo avevano convinto che sarebbe stato economicamente interessante, ed assai stimolante da un punto di vista tecnico, combinare due dimensioni produttive ideali per il settore orologiero: la competenza americana in fatto di meccanizzazione e l’accuratezza svizzera per le lavorazioni d’alta precisione, già allora leggendaria in America. Fu dunque così che F.A.Jones, insieme all’amico e stretto collaboratore Charles Kidder, giunse - probabilmente a cavallo del 1867-68 - nella Svizzera Occidentale, con l’intenzione di meccanizzare l’industria orologiera del Giura, a quell’epoca basata prevalentemente su lavorazioni manuali, e quindi piuttosto “arretrata”, secondo i criteri americani. È facile immaginare come questo progetto causasse ovunque gravi preoccupazioni, per l’implicita minaccia ai posti di lavoro nel settore orologiero. Un giorno, sempre alla ricerca del modo adeguato per realizzare i suoi piani imprenditoriali, Jones incontra - probabilmente a Ginevra - l’orologiaio e industriale Johann Heinrich Moser. Costui, attivissimo nipote dell’orologiaio di Sciaffusa Erhard Moser, aveva appena ultimato nella sua città natale la costruzione di un costoso impianto idraulico sul Reno, in grado di fornire energia meccanica a diverse aziende, tramite enormi cinghie di trasmissione. Con questa prospettiva Heinrich Moser convinse l’americano a dar vita alle sue idee nella Svizzera nord-orientale, e cioè a Sciaffusa anziché nel Giura. Nasceva così, nel 1868, la “International Watch & Co., Schaffhausen, New York” insediata inizialmente in alcuni locali e laboratori presi in affitto e collegati alla rete di distribuzione dell’energia idraulica. Qui il signor Jones installò la maggior parte delle macchine per la produzione di componenti d’orologi, che aveva fatto arrivare dagli Stati Uniti. Riguardo al preciso anno di nascita della ditta, le ricerche svolte in occasione della compilazione del libro storico sulla IWC, pubblicato nel 1986, avevano convinto gli autori ad accettare come prova dell’anno di fondazione 1869 il certificato emesso dal Controllo Residenti. Una deduzione che oggi non è più sostenibile alla luce di nuovi reperti: recentemente la IWC è venuta in possesso di orologi con “calibro Jones” recanti l’indicazione dell’anno di produzione 1868. L’autenticità delle sigle è stata scrupolosamente accertata.

La prima vera fabbrica IWC era ospitata in un caseggiato della Baumgartnerstrasse.



“Truffa all’americana”

L’indicazione fornita da questo materiale viene indirettamente confermata anche da un’inserzione, pubblicata nel 1874, nella quale si offrono azioni per una società da costituire. Il documento riporta: “Dopo essersi personalmente dedicato ad un esame approfondito dell’orologeria americana e svizzera, il signor F.A.Jones, già direttore della fabbrica d’orologi F. Howard & Co.’s Movements di Boston & New York, ha iniziato sei anni or sono la costituzione di una fabbrica meccanizzata per la produzione di orologi a Sciaffusa...”. Facendo un semplice calcolo, risulta chiaro che l’anno di fondazione è il 1868. Jones aveva probabilmente bisogno di ampliare la sua base economica per poter continuare con successo le sue attività imprenditoriali. Ma ciò che mi ha fatto balenare l’idea della “truffa all’americana” è un curioso annuncio pubblicitario apparso sulla rivista americana “The Watchmaker and Jeweler” nel maggio 1873, che mostra un imponente stabilimento di Sciaffusa con l’insegna “International Watch Co., United States”. Naturalmente questo ciclopico edificio era del tutto inesistente. Nel testo sottostante si leggeva: “La International Watch Co., allo scopo di unire gli eccellenti sistemi meccanici americani alla più alta abilità artigianale svizzera, ha fondato la propria manifattura di orologi a Sciaffusa, Svizzera, ed è ora pronta a commercializzare orologi affidabili con tutti i vantaggi della perfezione meccanica, nonché artisticamente rifiniti...”. Venivano poi reclamizzati anche i grandi pregi del nuovo sistema di carica a corona, al quale Jones aveva lavorato quando era alle dipendenze di Howard a Boston, e che a quei tempi cominciava a sostituire lo scomodo caricamento a chiavetta negli orologi da taschino. Se lo stabilimento IWC, raffigurato nell’illustrazione dell’annuncio, esisteva solo nella fantasia di F.A.Jones, nondimeno il testo dell’inserzione, che si rivolgeva al mercato americano, esprimeva con molta chiarezza gli intendimenti dell’azienda: produrre orologi che offrissero sia i più moderni ritrovati tecnici dell’epoca, sia la proverbiale accuratezza artigianale dell’antica ed esperta orologeria svizzera. La brillante idea avuta da Jones, di conquistare il vivace e ricettivo mercato americano con un prodotto che recasse l’impronta della qualità svizzera, fu però duramente ostacolata dal governo di Washington, che per molti anni si rifiutò di abbassare gli esorbitanti diritti doganali stabiliti nel 1864, al tempo della Guerra di Secessione, ed applicati anche sull’importazione di orologi. Ben il 25% del valore di ogni IWC che entrava in USA finiva nelle casse dello Stato.

All’interno, il “Calibro Jones” rivela incontestabilmente la data di fondazione dell’IWC: 1868.



La storia non ci ha tramandato nessun ritratto di F.A.Jones, ma il suo primo orologio ne riflette pienamente il carattere e la filosofia.



Gli “americani fasulli”

Inoltre, nello stesso periodo, anche i fabbricanti americani cominciavano ad imparare la costruzione di orologi da taschino di miglior qualità. Perciò Jones e la sua IWC si trovarono a dover combattere su due fronti: da un lato contro le elevate tasse d’importazione americane che annullavano i vantaggi del minor costo della mano d’opera in Svizzera; dall’altro contro la temibile concorrenza dei produttori locali. Si verificò, poi, una terza circostanza sfavorevole: alcuni importatori americani di pochi scrupoli, cominciarono a distribuire, negli Stati Uniti, ingenti quantitativi di orologi molto scadenti provenienti soprattutto dall’Inghilterra e dalla Svizzera, camuffandoli con nomi americani puramente inventati, o addirittura con nomi di orologi esistenti, prodotti sul mercato locale. Questi orologi di terz’ordine, ben presto scoperti e messi al bando come “fake americans” (americani fasulli) minarono il buon nome dell’orologeria europea
negli Stati Uniti. Proprio Mr Jones, l’americano di Sciaffusa, divenne la vittima innocente di questa situazione, a dispetto del proposito con cui aveva fondato la sua azienda in Svizzera: quello di stabilire un nuovo standard qualitativo, unendo i moderni metodi di produzione alla tradizionale precisione elvetica. La IWC, che in quegli anni indirizzava la sua produzione esclusivamente al mercato americano, dovette così registrare un preoccupante regresso. Le cifre di quel periodo parlano chiaro: l’esportazione di orologi svizzeri negli Stati Uniti - 366.000 unità nel 1872 - era scesa quattro anni più tardi a soli 65.000 esemplari.

Addio, Mr Jones

Si delineava così la prima crisi finanziaria della IWC, ormai trasformatasi in società per azioni con propria sede in un moderno edificio nella Baumagartnerstrasse di Sciaffusa, in cui è installata anche una macchina a vapore per la forza motrice. In questa situazione già precaria, Jones stipula, senza informare il consiglio d’amministrazione, un contratto per la fornitura di 9.000 orologi all’anno ad una ditta svizzera di La Chaux-de-Fonds. I prodotti, invece della marca IWC, recano nomi di fantasia come “Greenleaf” o “Stuyvesant”. A parte il fatto dell’insufficienza di tale misura d’emergenza nel risanamento dell’azienda, il comportamento di Jones incrina il suo rapporto di fiducia con gli altri soci. Dopo sei anni dal suo arrivo a Sciaffusa, quando la IWC è costretta a dichiarare fallimento, Jones se ne torna in America, lasciandosi dietro una fabbrica moderna e completa, creata e portata avanti nonostante le molte avversità. Numerose innovazioni e brevetti portano la sua firma e quelle dei suoi molti collaboratori, soprattutto riguardo ai dispositivi per la regolazione di precisione della marcia, a quell’epoca punto focale degli sforzi del settore per migliorare la qualità dell’orologio. Già a Boston Jones aveva partecipato all’invenzione della carica a corona, introducendo poi questa innovazione negli orologi da taschino prodotti a Sciaffusa. Una caratteristica del cosiddetto “calibro Jones” di quei tempi è la racchetta eccezionalmente lunga per la regolazione di precisione del gruppo oscillante, che garantiva una qualità eccellente. È molto probabile che, una volta risolte le problematiche aziendali, il nostro americano sarebbe riuscito a concretizzare l’ambizione comune ad ogni orologiaio: produrre orologi da taschino “complicati”. Tale sogno non fu però mai realizzato. Anche negli anni successivi, nei quali l’azienda si trovò a fronteggiare una nuova crisi, le attività vennero concentrate nella produzione di orologi semplici ma di eccellente qualità meccanica, e nel continuo perfezionamento dei particolari costruttivi. Dopo lo smacco subito da Jones, la storia che precede la nascita della “Grande Complication” di Sciaffusa, si svolgerà, per diversi anni ancora, sul filo dell’avventura e del rischio. Nel 1873 la Banca Commerciale di Sciaffusa rileva, al prezzo irrisorio di 143.000 franchi, l’azienda in fallimento. Viene costituita una nuova società con un nuovo nome: “Internationale Uhrenfabrik”, ed un altro americano, Frederik Frank Seeland, ne diventa direttore generale.

In fabbrica sono ancora disponibili i pezzi di ricambio dei primi orologi prodotti oltre cento anni fa.

« Ultima modifica: 25 Maggio 2007, 14:22:50 da Heric » Loggato
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« Risposta #1 il: 25 Maggio 2007, 13:31:44 »

Come abbiamo visto nella puntata precedente, la IWC (International Watch Company) venne fondata in Svizzera da un giovane imprenditore americano che, avendo accumulato una felice esperienza dirigendo fabbriche “meccanizzate” del suo paese, aveva intenzione di introdurre i suoi metodi produttivi in un paese la cui fama di assoluta eccellenza manufatturiera in campo orologiero già era divenuta leggendaria nel mondo. Producendo in Svizzera, contava di indorare i suoi prodotti di questa fama, e di ridurre i costi di produzione non solo in virtù dei suoi macchinari, ma per il minor costo della manodopera locale rispetto a quella americana. Il suo proposito originario era quello di stabilire i suoi impianti in Svizzera occidentale, ai confini con la Francia (e cioè nel cosiddetto “Jura”), ove si concentrava la produzione svizzera. Questo proposito subì un immediato mutamento: niente confini francesi, bensì un salto a pié pari ai confini con la Germania, e cioè in un cantone nordorientale. Nella prospettiva storica, questa mossa gli assicurò un notevole vantaggio, che a quel momento non poteva essere preveduto: l’IWC divenne immediatamente beniamina dell’etnia tedesca, che in Svizzera gode di una larga maggioranza rispetto a quella francese, italiana e “ladina” (grigionese). Quando nel 1980 io feci la mia inchiesta tra i migliori orologiai di Lucerna, Zurigo e Winterthur , registrai un plauso unanime nei confronti dell’IWC, che fu da loro annoverata nell’ambito delle cinque marche che costituivano il Gotha dell’orologeria svizzera. Ma io, che avevo dichiarato di essere completamente analfabeta in tema di orologeria, questo lo sapevo già, della famiglia di mia moglie, che è di Winterthur, da sempre avevo sentito lodare la marca di Sciaffusa. Mia moglie stessa possedeva un IWC d’argento, quadrato, avuto in regalo da fanciulla, che teneva riposto in una scatola di legno intarsiata. Naturalmente, sin dai primi modelli, l’IWC meritò ampiamente la simpatia di tutta la Svizzera tedesca. Ma poiché questo vantaggio poté manifestarsi solo a posteriori, quale fu il motivo immediato che convinse il giovane imprenditore americano a stabilirsi nella Svizzera occidentale? Il Reno è un fiume che, uscito dal lago Botano, e prima di addentrarsi nella Foresta Nera, proprio a Sciaffusa dà una clamorosa prova di vigore buttandosi da una cascata di oltre venti metri, attirando ammiratori da tutte le parti del mondo. Il vigore del fiume poteva essere imbrigliato da poderose pale di molino, e l’energia di rotazione poteva essere trasmessa a fabbriche ed officine mediante lunghe cinghie di trasmissione. A tale piano di sfruttamento energetico fu chiamato a partecipare il fondatore dell’IWC, che aderì con entusiasmo. Avendo ricapitolato la situazione di partenza, voglio fare una breve digressione sulle cosiddette “macchine”. Siamo ancora nell’800: le macchine sono utensili meccanici adibiti ad uno specifico tipo di lavorazione. Esse vengono messe in moto ingranandole ad una cinghia di trasmissione, che prende il movimento da un albero rotante principale, mosso da una macchina a vapore centralizzata, o prende forza dalle acque d’un torrente. Quand’ero bambino ho visto qualche fabbrica, officina, mulino o segheria disposte in questo antico schema, anche se la forza motrice era quella elettrica: in alto, al soffitto, ruotava l’albero principale, da cui scendevano le cinghie di trasmissione cui le varie macchine s’ingranavano mediante una frizione. Qualche compagno più ricco di me possedeva una piccola officina a vapore con la caldaia da riempire d’acqua ed un fornello a spirito. Quando la macchina raggiungeva la pressione, si moveva lo stantuffo che metteva in rotazione un volano. Si poteva trasmettere il moto ad un piccolo tornio o ad altri dispositivi. Altri bambini avevano una piccola locomotiva a vapore “vera”. E prima di chiudere questa parte riassuntiva, non posso fare a meno di ritornare al nostro “giovane imprenditore americano”. Il libro di Manfred Fritz che ci fa da riferimento, di lui non dice più di tutto quello che vi abbiamo detto noi: non esiste neanche un suo ritratto, e non si sa che fine abbia fatto dopo essersene tornato in America. Ma noi non possiamo abbandonare il personaggio senza un disperato e vano tentativo di formulare alcune ipotesi ad uso di chi possa essere in grado di compiere ulteriori ricerche. È il nome stesso del nostro eroe che ci spinge a saperne di più: F.A.Jones. Il cognome significa tutto e nulla. Non solo è un cognome comune quanto Rossi da noi, ma è, per antonomasia, il sinonimo di “chiunque altro”. “ Fa’ quel che fanno i Jones”, e cioè “Fa’ quel che fanno gli altri”. Ma il nome non può lasciarci indifferente: F.A. Jones, e cioé Florentine Ariosto Jones. A quale bimbo americano, nato nel 1841, si dà il nome di Fiorentino Ariosto? Dante, Michelangelo e Leonardo: tutti possono chiamarsi così, ma Fiorentino Ariosto no. Ebbene, io lancio un’esca; nel 1838 muore a New York Lorenzo da Ponte, che sul finire del secolo precedente era stato poeta imperiale alla corte di Giuseppe II in Vienna, e compositore dei libretti d’opera delle “Nozze Di Figaro”, “Don Giovanni“ e “Così Fan Tutte” musicate da Mozart. In America Da Ponte si fece apostolo della cultura italiana ivi “assolutamente ignota”, diede lezioni dantesche ed aprì una libreria italiana. Ma anche ipotizzando che il padre di F.A. Jones fosse un frequentatore di tale libreria, la scelta del nome è tanto specifica da suggerire addirittura una discendenza italiana.

Orologio con sistema Pallweber, ad indicazione digitale di ore e minuti.



Atto II: di male in peggio

Dunque, nel 1875 la Banca Commerciale di Sciaffusa rileva al prezzo definito “irrisorio” di 143.000 franchi, l’azienda in fallimento che era stata fondata nel 1868. La dizione americana di International Watch Company si trasforma in “Internationale Uhrenfabrik” che significava esattamente lo stesso, e ne diventa direttore generale un altro americano, Frederik Frank Seeland. L’auspicato rilancio dipende dal possibile successo dei nuovi “calibri Seeland”, progettati allo scopo precipuo di ridurre drasticamente i costi di produzione: mentre il miglior calibro Jones costava 90 franchi, Seeland riuscì a contenere a soli 28 franchi il prezzo del suo calibro di punta. Va da sé che quest’economia all’osso non poteva che andare a discapito della qualità. La nuova politica aziendale, comunque, non ottenne il successo sperato: per fortuna, possiamo aggiungere a titolo di commento. Se le cose fossero andate diversamente, infatti, oggi non esisterebbe la IWC come la conosciamo: una manifattura famosa per lo straordinario livello dei suoi prodotti, perciò a Sciaffusa non sarebbe mai nata la “Grande Complication” da polso, che costituisce il tema fondamentale del nostro libro di riferimento. Per farla breve: nei quattro anni del suo mandato direttivo, Seeland non seppe resistere alla tentazione di manipolare i bilanci aziendali per ricavarne, ovviamente, un illecito profitto personale di ben 220.724 franchi. Dopodiché si dileguò fuggendo in America col malloppo. La sua casa con tutto il mobilio e perfino il suo calesse col cavallo furono messi sotto sequestro e venduti all’asta, ma ancora una volta l’azienda si trovò al tracollo. Finalmente, dopo essere arrivata al fallimento per due volte in dieci anni fu rilevata da Johann Rauschenbach-Vogel, industriale meccanico di Sciaffusa, e trasformata in un’impresa completamente svizzera. Già consocio anziano dell’azienda, e quindi fra le principali vittime di Seeland, Johann Rauschenbach intravvide subito la possibilità di un nuovo rilancio.

Il calibro 52 è stato uno dei movimenti per orologi da tasca più utilizzati dalla IWC.



La Grande Complication da tasca, che ancor oggi può essere fornita su ordinazione.



“Probus Scafusia”

Da quel momento l’azienda rimase di proprietà della famiglia per quattro generazioni. La ragione sociale divenne “Uhrenfabrik von Johann Rauschenbach”, che significa “Fabbrica di orologi Johann Rauschenbach”. Dopo la morte del proprietario il nome fu modificato in “Uhrenfabrik von J. Rauschenbach Erben”, e cioè Fabbrica d’orologi Eredi J. Rauschenbach”. Alla fine degli anni ‘20 il nome divenne “Uhrenfabrik Ernst Homberger- Rauschenbach”, quindi “Uhrenfabrik H.E.Homberger” e finalmente, agli inizi degli anni ‘70 ricompare il nome imposto dal suo fondatore: “Uhrenfabrik IWC, International Watch Co. H.E.Homberger AG”, in cui “AG” significa “Aktien Gesellschafft”, e cioè “Società per Azioni”. Dal 1978, dopo la più grande crisi che l’industria orologiera svizzera abbia mai attraversato e dalla quale la manifattura fu salvata grazie all’intervento finaziario del gruppo tedesco VDO - essa porta il nome attuale di “IWC, International Watch Co; AG”. Ma comunque, il marchio IWC che Jones aveva portato a Sciaffusa, è sempre rimasto parte dell’identità dell’azienda durante tutta la sua movimentata storia. Da quando la gestione Seeland non fu che un brutto ricordo, invece che in USA, secondo il proposito originale, la sigla divenne proprio in Europa il simbolo di orologi durevoli, di grande precisione ed affidabili in ogni circostanza. IWC ha dato l’ora esatta a sovrani, pontefici, uomini di stato ed esploratori celebri. Durante l’ultima guerra questi orologi marcavano il tempo sia a bordo dei sommergibili tedeschi che sugli aeroplani inglesi. Possedere un IWC e trasmetterlo in eredità alla generazione che segue è espressione di una costanza dei valori e di una comprensione del concetto di “qualità” considerate ancor oggi a Sciaffusa parte integrante e preziosa del capitale sociale. Durante i primi tempi che abitai in Svizzera (seconda metà degli anni ‘50), fui colpito dalla solerzia con cui i miei famigliari badavano ad acquistare determinati prodotti, dal burro ai fiammiferi, da prodotti industriali a prodotti d’abbigliamento, recanti un piccolo marchio: la balestra di Guglielmo Tell. Seppi poi che quei prodotti erano della massima qualità svizzera e godevano della piena fiducia degli acquirenti. Esistevano anche altri marchi di qualità, conferiti a quelle fabbriche che raggiungevano determinati standard in vari settori, per esempio lo scudetto con al centro la croce federale che contrassegna i coltellini Victorinox e Wenger, ed io sono ben lungi da conoscerli tutti. La dicitura “Probus Scafusia”, che è il marchio della qualità affidabile di Sciaffusa, viene impressa su ogni orologio IWC a cominciare dalla fine dell’800, e costituisce ancor oggi l’impegno della casa a produrre sempre il meglio.

Un modello da tasca con calendario e fasi lunari.



Le tappe fondamentali

Il mese scorso abbiamo pubblicato l’immagine del “primo IWC” corredata da una fuggevole didascalia. Considerando che, nonostante le sfortunate vicende che all’inizio sembrarono spezzare il volo della fabbrica di Sciaffusa, sin dai suoi primi modelli l’IWC conquistò l’attenzione ed il rispetto del gran pubblico e degli esperti, sarà bene riprenderlo e dare una migliore descrizione del “calibro Jones”. Purtroppo, come abbiamo già detto, del fondatore Jones non si è riusciti a trovare neanche una fotografia. L’orologiaio di Boston ci ha però lasciato un’inconfondibile espressione di sé col calibro per orologi da tasca che prende il suo nome, calibro che ha continuato ad essere costruito fino alle soglie del 1890. Le sue caratteristiche peculiari sono: la tipica platina da 3/4, lo scappamento ad àncora svizzera in linea retta, il bilancere bimetallico compensato, la racchetta extralunga per la regolazione di precisione della marcia. Questo “Jones” con movimento n. 1410 e l’incisione della data di fabbricazione (15 settembre 1868), con la cassa in oro a 18 carati, comprova anche l’esattezza dell’anno di fondazione dell’IWC a Sciaffusa, il 1868. L’aggiunta “New York” al logotipo della casa si dimostra giustificata dal fatto che, all’inizio, Jones produceva solo per il mercato americano. Questi particolari sono visibili nella seconda foto del calibro Jones pubblicata nella puntata precedente. Per la sua enorme importanza storica, dobbiamo segnalare l’”IWC digitale”, un modello che, a partire dal 1884, ha fatto scalpore in orologeria. Questo IWC da tasca con indicazione digitale, prodotto a Sciaffusa, ha precorso i tempi di almeno ottant’anni. L’IWC chiuse comunque molto presto questo capitolo: l’invenzione dell’ingegnere austriaco Joseph Pallweber, legato contrattualmente all’IWC, non riuscì a detronizzare l’indicazione analogica a lancette. Quest’ orologio sistema Pallweber, con cassa d’oro in versione Savonnette o Lépine fornisce un’indicazione simultanea delle ore e dei minuti nella grafica allora di moda. Anche Ferdinando I, Zar di Bulgaria, ne possedeva un’esemplare fabbricato nel 1884/85. C’è poi il cosiddetto “IWC di lunga vita”. Il calibro 52 è stato uno dei movimenti per orologi da tasca più utilizzati dalla manifattura. La sua costruzione accurata e precisa ha reso nel mondo famosi gli orologi IWC verso la fine dell’800 ed anche per molti anni successivi. La caratteristica qualitativa più particolare è la regolazione di precisione detta a “collo di cigno”, l’invenzione di maggior successo fra tutti i dispositivi di correzione degli errori di marcia. La sua realizzazione si deve all’americano George P. Reed, che per lungo tempo aveva lavorato presso la “E. Howard Clock & Watch Co.” di Boston, la fabbrica in cui Jones aveva iniziato la sua carriera di orologiaio. L’”IWC complicato“: a partire dal 1890 la IWC comincia a creare regolarmente nuovi prodotti di particolare livello, generalmente in quantitativi limitati. Uno di essi è la Grande Complication da tasca, che ancor oggi può essere fornita su ordinazione. Per questo capolavoro meccanico sono ancora disponibili soltanto pochi movimenti di base, costruiti diverse decine d’anni fa. Negli anni ‘30 e ‘40 le forze armate di molti paesi si servirono dei cosiddetti “orologi di controllo” costruiti a Sciaffusa. Questi modelli venivano impiegati tanto nei sommergibili quanto sulle navi di superficie. Gli orologi, con un movimento di precisione, spirale Breguet, regolazione fine e bilanciere compensato dovevano garantire i massimi livelli di precisione e robustezza. Ancora oggi, nei moderni sommergibili della marina tedesca continuano a prestare servizio i tradizionali IWC meccanici. Passiamo all’IWC con calendario: agli inizi degli anni ‘70, con i modelli da tasca ormai da tempo soppiantati da quelli da polso, l’IWC costruì un nuovo modello con calendario e fasi lunari molto complesso, ma di facile consultazione. Il movimento è un 17 linee, calibro 9721 con scappamento ad àncora, 31 rubini, regolazione di precisione e protezione antiurto. Questo “classico” ha rappresentato per la IWC il trampolino di lancio per arrivare al perfezionamento di meccanismi ancor più complessi; rappresenta quindi una colonna della Grande Complicaton da polso. C’è poi un IWC definito “Anticonformista”: chi mai poteva concepire un classico orologio da tasca non soltanto impermeabile, ma addirittura antimagnetico, grazie alla cassa supplementare interna in ferro dolce? Solo l’IWC, naturalmente. L’ Ingenieur SL d’acciaio in versione Lépine conferma, nella nostra età moderna, la tradizione della fabbrica d’orologi da taschino per eccellenza. Per chi non è disposto a nessun costo a lasciarsi “ammanettare” il braccio, l’Ingenieur SL è la perfetta alternativa agli omonimi modelli da polso di grande successo. Passiamo poi ad un modello da polso, il Fliegeruhr, l’orologio per aviatori, con cassa in acciaio antiriflesso, quadrante nero e grandi indici trattati con materiale luminescente. A partire dal 1940 è entrato in dotazione ai piloti della RAF (Royal Air Force, l’aviazione militare britannica). Il movimento è da tasca, a 19 linee. Si tratta in sostanza del precursore di tutta una generazione di orologi, il cui successo dura ancora oggi: i famosi “Ingenieur”, noti tra l’altro per la particolare resistenza alle sollecitazioni e dotati di speciale protezione antimagnetica.

L’Ingenieur SL da tasca, impermeabile e antimagnetico.



Il Fliegeruhr, l’orologio per aviatori, che a partire dal 1940 ha fatto parte dell’equipaggiamento dei piloti della RAF.

« Ultima modifica: 25 Maggio 2007, 13:36:12 da Heric » Loggato
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« Risposta #2 il: 25 Maggio 2007, 13:43:17 »

Strana vicenda quella della IWC! Nasce come una filiazione dell’intraprendenza industriale americana, sembra voler cambiare il mondo elvetico con i suoi macchinari trasportati da oltre oceano ed impiantati in un cantone non orologiero come quello di Sciaffusa, poi, con lo scorrere dei decenni , si elvetizza più degli stessi figli di Gugliemo Tell e viene a far parte del nucleo più esclusivo della nobiltà manufatturiera di questo paese. E, reciprocamente, il cantone, che dovette pur assistere alle prime disastrose vicende aziendali della IWC, finì per adottare la ditta inizialmente americana come la sua figliola prediletta. Per i nativi, essa è la “Watch” di Sciaffusa, e sono fieri che sulla cassa di questi orologi sia inciso il marchio di qualità “Probus Scafusiae”. Ma in che senso ho parlato di elvetizzazione della ditta? Ebbene, in numerose biografie aziendali da me redatte, per esempio quelle di Vacheron Constantin o di Breguet, c’è la descrizione della carriera di un orologiaio (nel senso di “Maestro Orologiaio”, cioè di “Uhrmacher”), la quale comincia con l’apprendistato e finisce con un esame di laurea costituito dalla fabbricazione di “un capolavoro” interamente progettato e costruito dal candidato. Ebbene, non un singolo personaggio della “Watch”, ma la ditta stessa, nel suo evolversi e divenire, si è considerata come l’apprendista solerte che guarda e impara, per poi passare, non appena cominciano a sussistere solide basi di natura aziendale, alla fase creativa, alla progettazione e fabbricazione in proprio di un capolavoro che, a livello di ditta di fama mondiale, non può essere che una sfida assoluta quale la produzione di un modello “grande complication” (in cui “grande” va pronunciato alla francese, cioè “gran” con la “n” nasale). Orbene, nella serie di articoli dedicati a Patek Philippe, abbiamo visto come l’orologio più complicato attualmente esistente è il “calibro 89” che, nella sua categoria, è praticamente imbattibile. E quale sarebbe la sua categoria? Quella degli orologi “da taschino”, e vien da ridere a pensare che un taschino possa contenere un orologio la cui cassa d’oro, da sola, pesa più di 500 grammi, e l’orologio stesso supera di gran lunga il chilogrammo. Si tratta, in realtà, d’un orologio la cui destinazione primaria sembra essere il caveau di una banca, o quantomeno la vetrina corazzata di una struttura espositiva (giro di parole per dire “museo”). Ebbene, nella puntata precedente abbiamo visto come nella produzione di orologi da taschino della IWC, figurino diversi modelli, esteticamente molto belli. Ma l’ambizione alle soglie del 2000, dalla IWC pienamente realizzata, è veramente ai confini più remoti della realtà: la fabbricazione di un “grande” (da pronunciare alla francese) che più grande non si può, da polso (dicesi ”da polso”)! Ebbene, direte, esiste una tradizione IWC in “grandi orologi da aviatore” consistente nel mettere un cinturino ad orologi da taschino (dopo ne riparleremo), ma non è questo il caso: il “grande” IWC da polso è un elegantissimo orologio, di facile utilizzazione, che chiunque può esibire senza spirar aria di museo viaggiante. Le illustrazioni parlano chiaro. Ma il nostro libro di riferimento, che si intitola appunto “Grande Complication della IWC” è talmente dettagliato, talmente specifico, che è praticamente impossibile farne una sintesi senza rivelare una penosa disparità tra l’articolo conciso che si può ricavare e lo splendido originale, il cui autore, Manfred Fritz, ha lavorato per oltre cinque anni a fianco dei progettisti, coadiuvato da squadroni di fotografi e disegnatori per render conto della minima vitarella. Ripeto che il libro, edizione Stemmle, è disponibile in una ottima traduzione italiana, e da solo costituisce una vera e propria enciclopedia per l’amante di orologi, indipendentemente dalla propria marca preferita, e quindi rimandiamo gli appassionati alla lettura di questo raccomandabilissimo volume. Ma un saggio ve lo vogliamo comunque dare, e del “grande complication” da polso tratteremo un aspetto abbastanza insolito, quello della suoneria.

Il Mark XI, prodotto a partire dal 1948. Dotato di movimento a carica manuale, è rimasto in produzione per moltissimo tempo.



Il suono del “Grande Complication”

Sono pochi gli elementi di un orologio che volendo, ed anche effettuando gli investimenti necessari, non si possono copiare o riprodurre. Alcuni componenti della suoneria appartengono già da tempo a questa categoria: in certe leghe metalliche, per esempio, si cela il segreto di una compensazione termica ottimale. Oppure, per citare un esempio più vicino a noi e tuttora attuale, il materiale con cui è realizzato lo scappamento dell’IWC “Ingenieur” (l’orologio meccanico più insensibile del mondo ai campi magnetici) viene scrupolosamente custodito dalla manifattura come segreto di produzione. Fin dall’inizio del XX secolo, tuttavia, la maggior parte dei produttori di orologi complicati disponeva, accanto agli altri reparti, anche di un laboratorio più piccolo e più riservato. Il maestro orologiaio lo apriva al mattino e lo richiudeva a chiave la sera, personalmente. Tranne che a pochi collaboratori, l’ingresso era vietato a chiunque. In quei locali, infatti, venivano sviluppati i componenti che, senza una precisa conoscenza dei materiali e dei metodi di fabbricazione impiegati, non è assolutamente possibile riprodurre, per lo meno non con lo stesso risultato: si tratta dei gong degli orologi a ripetizione. Su questo argomento specifico fino ad oggi è stato scritto ben poco. Il segreto della fabbricazione di un gong dotato di un bel suono, veniva di solito trasmesso oralmente, tanta era a quei tempi la paura (forse non infondata) che due orologi da taschino di un determinato prestigio, potessero suonare allo stesso modo. Del resto, non è proprio nel suono che sta l’incomparabile, personalissimo fascino dell’orologio a ripetizione? La maggior parte di questi laboratori avevano chiuso i battenti verso l’inizio del secolo scorso, quando “l’orologio che suonava” aveva temporaneamente perso la guerra dichiaratagli prima dalla luce elettrica, poi dalle cifre luminose. La tradizione si era così perduta, e questo ha significato per la IWC dover cominciare tutto da capo. Due giovani orologiai, Robert Greubel e Gion F. Letta, entrambi particolarmente impegnati nello sviluppo del “Grande”, hanno iniziato le loro ricerche dagli archivi. Sono seguite visite a colleghi, colloqui con fabbricanti di pianoforti e con musicisti, nonché con tecnici del suono ed esperti di metallurgia; le loro indagini però non sono state infruttuose. Una delle pochissime testimonianze scritte sulla produzione dei gong descrive così il processo: “I migliori gong sono fatti in un sol pezzo di metallo, ovvero il piede e la molla sono un tutt’unico. Per il gong va usato acciaio inglese Huntsman, che bisogna prima ammorbidire. L’acciaio va piegato partendo dal centro, in modo da conferirgli una forma arrotondata verso il piede. Bisogna quindi cominciare a limare il gong partendo dalle due estremità fino a che le molle non hanno un diametro di 1,78 mm circa. Si può poi cominciare a tranciare gli orli e arrotondare le molle con la lima. Il gong va infine passato attraverso una trafila temprata, che bisognerà costruire da sé, fino a raggiungere un diametro di 0,94 mm...”Ecco che cosa nascondevano agli occhi dei curiosi gli antichi maestri, nei loro laboratori. In quel documento si sono trovati alcuni cenni sulla tempra e sull’intonazione del gong mediante la famosa quanto difficile levigatura triangolare del piede, cioè dell’estremità da inserire nel blocco di fissaggio del gong stesso. I concetti descritti si adattavano perfettamente agli orologi da tasca di una volta, con pareti relativamente sottili e gong di grandi dimensioni. Ma anche per la realizzazione di gong molto più piccoli destinati al nostro orologio da polso è stato possibile trarre alcune conclusioni assai utili; presto però i due tecnici si resero conto che il problema maggiore non era quello di far nascere nel Grande Complication un suono soddisfacente, bensì quello di farlo “uscire” dall’orologio. Su questo punto anche i fabbricanti di strumenti musicali consultati non hanno potuto essere d’aiuto: essi infatti hanno a che fare abitualmente con strumenti costruiti soprattutto in funzione dell’ottimizzazione e della propagazione del suono. Ben poco delle loro tecniche, quindi, si dimostra applicabile ad un orologio da polso con una cassa di platino tanto massiccia da agire sul suono come un autentico silenziatore. Per un mese intero, Greubel ha lavorato nel suo tempo libero ad un gong con sezione di 0,6 mm circa, secondo un vecchio procedimento tramandato nel documento: blocchetto e molla in un pezzo unico. Quando però il pezzo così faticosamente realizzato venne montato nella platina della ripetizione e saldamente ancorato nella cassa finita, azionando il cursore esterno non scaturì che un suono assai flebile. A questo punto il team che già da anni stava lavorando allo sviluppo del Grande Complication ebbe un nuovo sussulto d’ambizione. Una cosa infatti era chiara a tutti: non si manda sul palcoscenico una primadonna senza voce. Gli esperti decisero quindi, secondo la tipica filosofia IWC, di “reinventare” il gong dell’orologio a ripetizione. A questo scopo vennero riesaminate tutte le basi teoriche della formazione del suono. Quando l’aria viene fatta vibrare ad una certa frequenza, le vibrazioni si manifestano all’organo ricevente, ossia all’orecchio, come “suono”. Nel nostro caso specifico, le “emittenti” dell’oscillazione periodica dell’aria sono i due gong percossi dai martelletti del meccanismo della ripetizione. Essi trasmettono innanzitutto le loro vibrazioni alle particelle d’aria circostante sotto forma di onde a diversa frequenza. Ma i gong possono anche entrare direttamente in vibrazione con altre parti del movimento o della cassa, cui sono collegati attraverso blocchetti di fissaggio. Se un gong è più lungo dell’altro, alla percussione del martello esso produrrà vibrazioni con un periodo più lungo, e quindi con un tono più basso rispetto al gong più corto. La lunghezza necessaria affinché il suono non risulti eccessivamente acuto viene ottenuta modellando il gong come un cerchio, da collocarsi fra il movimento e la parete interna della cassa. Tutti gli sforzi vennero perciò concentrati sul potenziamento della sorgente sonora, cioè del gong. La strada di impiegare gong più grandi, che avrebbero prodotto un suono più forte, non si rivelò percorribile: le dimensioni della cassa non potevano infatti essere alterate, e la forza di percussione dei martelletti poteva venir aumentata solo in misura molto modesta. Senza esitazione si cominciò quindi a porre in discussione la validità del tradizionale gong in acciaio, e i tecnici dell’IWC si misero alla ricerca di un nuovo materiale. Con un intenso lavoro artigianale, e con attrezzi speciali, fu costruito quello che probabilmente fu il primo gong in zaffiro per orologi. Una volta montato, però, il suono si rivelò cristallino, ma decisamente troppo fievole perché le caratteristiche di vibrazione dello zaffiro sono decisamente inferiori a quelle dell’acciaio. Un altro materiale, la ceramica, si rivelò deludente per via del suono troppo cupo. L’équipe dei ricercatori cominciò a prendere in considerazione l’affascinante proprietà delle campane tubolari: un cilindro aperto che, dal punto di vista fisico, non fa entrare in vibrazione soltanto l’aria che lo circonda, ma anche quella nel suo interno. L’esperimento con un tubicino di 0,6 mm in bronzo fosforoso, purtroppo, non fornì che un trascurabile aumento del volume: le dimensioni di questa campana erano troppo ridotte per ottenere un miglioramento apprezzabile. Dopo tutti questi tentativi, durati molti mesi, una cosa era ormai chiara: bisognava concentrare gli sforzi non tanto sulla sorgente, bensì sul modo di far uscire il suono dalla cassa. Ma saltiamo un’altra geremiade di penose situazioni, e veniamo alla miracolistica soluzione del problema: un bel giorno Lothar Schmidt entrò in un negozio di giocattoli di Sciaffusa ed acquistò due carillon da pochi soldi per bambini. Arrivato in azienda, li smontò pezzo per pezzo per risolvere, analizzando un esempio concreto, l’enigma del suono di un giocattolo di plastica: fortissimo quando la cassa è chiusa e appena avvertibile, anche a poca distanza, quando il carillon è allo scoperto. La dimostrazione pratica e le leggi dell’acustica gli dettero la spiegazione: il gong in vibrazione (o, in quel caso, la linguetta del carillon) ha bisogno in primo luogo di uno spazio chiuso sufficientemente grande intorno a sé, la cosiddetta camera di risonanza, a cui trasmettere le proprie vibrazioni. Le vibrazioni dell’aria, a loro volta, vengono amplificate dalle pareti della cassa, il cosiddetto corpo risonante o cassa di risonanza, e ritrasmesse all’aria circostante. Applicato al Grande Complication questo principio significa: le leggi della fisica non richiedono la comunicazione diretta fra la camera di risonanza e l’aria esterna, ma impongono che la cassa, o una parte di essa, trasmettano le vibrazioni dell’aria interna a quella esterna… Naturalmente le vicende della suoneria del Grande Complication da polso della IWC, nel libro di Fritz, proseguono per molte pagine ancora, e ciò vi dà un’idea dell’analitica vastità dell’opera. Ma che fare, a questo punto, più di avervene raccomandato la lettura diretta? Passiamo invece alla più recente creazione sciaffusiana, del resto profondamente legata ad una delle sue principali specialità.

Il Grande Complication (Ref. 3770) è stato lanciato nel 1990 (l’esemplare appartiene proprio all’annata d’esordio). La sua produzione è limitata a cinquanta esemplari numerati l’anno.



Il grande orologio da aviatore

Il primo oggetto volante della storia, l’aeroplano dei fratelli Wright, percorse 50 metri in circa 12 secondi. Ciò avvenne nel 1903, ma già pochi anni dopo l’aviazione aveva fatto segnare tali progressi da richiedere l’ausilio di una orologeria di precisione, come precedentemente la marineria aveva richiesto dei cronometri speciali per risolvere “il problema della longitudine”. L’approccio di IWC all’Aeronautica risale al primo “orologio speciale da aviatore” del 1930: quadrante nero, lancette fortemente contrastate e luminose nell’oscurità, lunetta girevole di vetro con un indicatore luminoso e di una minuteria di facile leggibilità, ma sprovvista del quadrante dei secondi. Il movimento a carica manuale dell’IWC calibro 83, utilizzato per questo ricercatissimo orologio, noto anche col nome di Mark IX, era già fornito di un dispositivo antiurto e collaudato a temperature estreme. Il Mark X, prodotto dal 1940, ne costituiva una variante adatta alle esigenze militari, ma non unicamente destinata all’Aviazione, con un calibro identico, oggi ambitissimo pezzo da collezione. Arriviamo alla seconda guerra mondiale, che pretendeva gli orologi migliori, e quasi tutti i produttori svizzeri di prestigio si attrezzarono per rispondere ad una massiccia domanda. Per la Luftwaffe, l’armata aerea tedesca, la IWC fabbricò un orologio da aviatore sovradimensionato e concepito in funzione delle esigenze militari: un modello noto semplicemente col nome di “Grande IWC”. Da questo strumento ci si attendeva una precisione nettamente superiore a quella degli orologi di bordo. Le qualità cronometriche di ciascun esemplare erano sottoposte a minuziosi controlli da parte dell’osservatorio nautico tedesco di Gesundbrunnen presso Dresda. Per questo modello d’eccezione la IWC utilizzò il movimento per orologi da taschino modificato calibro 52 SC (con secondi al centro), costituito da un prezioso movimento a ponti dorati, bilanciere bimetallico a vite e regolazione di precisione a collo di cigno, fabbricato nella sua versione di base da oltre 40 anni. Per la prima volta la IWC dotò uno dei suoi orologi di una cassa interna in ferro dolce allo scopo di proteggere il movimento dai campi magnetici.

Il Grande Orologio da Aviatore (Ref. 500201), presentato quest’anno dalla IWC, impiega il calibro automatico 5011, con riserva di carica pari a 168 ore e relativo indicatore sul quadrante al 3.



L’aviatore 2002

Il Mark XI è stato senza dubbio il più celebre fra gli orologi da aviatore della IWC, che lo produsse a partire dal 1948. Il modello fu principalmente destinato alla Royal Air Force (visto che la Luftwaffe non esisteva più). Relativamente piccolo, e di aspetto poco appariscente, il Mark XI, dotato di tre lancette (ore, minuti e secondi), è diventato negli anni un vero e proprio oggetto di culto. Il Grande Orologio da Aviatore, presentato quest’anno, si è immediatamente imposto come una delle star delle recenti rassegne elvetiche. Si tratta di un esemplare che va certamente incontro ai desideri di un orologio prettamente maschile, aggiungendo, all’intonazione militare, delle dimensioni notevoli capace di farlo risaltare anche in quest’epoca d’orologeria extra-large: il diametro della sua cassa in acciaio è infatti di ben 46 mm (la larghezza, compresa la grande corona, va oltre i 51 mm, e l’altezza anse comprese supera i 55 mm) e lo spessore di 16,8 mm. Ma la grandezza non è solo nelle dimensioni: le tradizionali doti di precisione, affidabilità e resistenza alle sollecitazioni estreme che hanno reso celebre la casa vi si ritrovano al massimo grado. Davvero un bell’omaggio alla prestigiosa storia della IWC, e un “regalo” prezioso ai tanti estimatori della maison di Sciaffusa…
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Giorgione
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« Risposta #3 il: 25 Maggio 2007, 13:59:54 »

Grande Heric ;)
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Gli orologi che amo, mio caro amico, ricordano questa sofisticatissima macchina d'uomini, fragile e tanto complicata.
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« Risposta #4 il: 25 Maggio 2007, 14:37:24 »

Splendido articolo!  ;)
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« Risposta #5 il: 25 Maggio 2007, 14:39:44 »

Complimenti Heric, è un articolo stupendo!
Grazie ;)
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« Risposta #6 il: 25 Maggio 2007, 16:20:43 »

Heric e l'IWC hanno un feeling "speciale"  alos
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« Risposta #7 il: 25 Maggio 2007, 19:41:45 »

allora gradirà senz'altro il mio militare.....
gli ocean 2000 bund li posto domani?
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« Risposta #8 il: 25 Maggio 2007, 19:44:07 »

Grande heric, dovrò prendere le ferie per leggerlo tutto!  enutowo

Dopo questa IWC ti toglierà dalla sua black-list  :ph34r: furb
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I bravi artisti copiano, i grandi artisti rubano.
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« Risposta #9 il: 25 Maggio 2007, 19:59:50 »

allora gradirà senz'altro il mio militare.....
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bello! :wub:
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jatucka
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« Risposta #10 il: 25 Maggio 2007, 22:00:58 »

grazie..... :)
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« Risposta #11 il: 25 Maggio 2007, 22:40:03 »

va bè,eccoli....
bel topic :)
adoro iwc....
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« Risposta #12 il: 25 Maggio 2007, 23:08:35 »

un'unica nota,che riporto solo come notizia;
quando è uscito,ho subito "brigato" per trovare uno dei primi esemplari del "grande aviatore" iwc.
purtroppo devo dire che alla prima doccia.....  entrò un po' d'acqua,condensa all'interno del vetro heric
ricordo che fu per me una grande delusione.... ma come,un iwc di quella fascia??
lo portai immediatamente dal mio riparatore di fiducia (il compianto roberto siragusa),il quale lo sistemò in pochissimo tempo;
si accorse che una guarnizione tubo/corona era stata inserita male,e questo causava l'infiltrazione.
dopo le cure del caso l'orologio andò a posto,e non mi diede più problemi di nessun tipo.
un oggetto del genere (allora costava più di 9.000e....) non dovrebbe presentare assolutamente inconvenienti del genere.
ricordo che,nonostante la (amara) sorpresa dell'infiltrazione,il compianto roberto non potè fare a meno di apprezzare la qualità del movimento montato sul grande aviatore,soprattutto in relazione ai movimenti montati su altri (altrettanto costosi....) iwc.
(roberto era uno dei più integerrimi rolexfan,in assoluto!)
in seguito cambiai il grande aviatore con un'altro orologio (non ricordo cosa).
nonostante la disavventura sono rimasto un grande fan della casa iwc.
forse perchè sono un appassionato di militari,ed il nome iwc evoca grandi militari....
insomma,di iwc moderni ne ho diversi.
certo,spesso noi appassionati immaginiamo che su un oggetto del genere venga dedicata la massima cura nell'assemblaggio,e che a questi oggetti vengano applicati rigorosi controlli di qualità.
probabilmente,nella realtà,l'attenzione dedicata all'assemblaggio dei nostri pargoletti è talvolta inferiore alla nostre aspettative.
forse,per andare oltre la logica della "catena di montaggio",bisognerebbe guardare a fasce di prezzo ben più alte....
e qui,devo ammettere,rlx esclusi....
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