Thom
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« il: 11 Maggio 2007, 13:57:14 » |
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Storia del Panerai britannico della Seconda Guerra Mondiale
Sulle forze armate italiane della Seconda Guerra Mondiale si è soliti dire che erano insufficienti, male armate, male equipaggiate e propensi alla resa ma, come sempre, sono in disaccordo. Una delle operazioni più coraggiose del Secondo Conflitto Mondiale avvenne nel dicembre 1941. Il sommozzatore italiano Luigi Durand de la Penne piazzò delle cariche esplosive sulla chiglia dell’incrociatore inglese “Valiant”, ormeggiato nel porto d’Alessandria. Penetrò nella rada a bordo dell’arma italiana più segreta, il SLC (siluri a lenta corsa) o comunemente chiamati dallo stesso de la Penne maiali. Il suo compagno mostrava problemi di respirazione e il comandante della missione si trovò davanti ad una difficile scelta, scappare lasciandolo morire o riemergere facendosi catturare. Decise di aiutare il suo compagno arrendendosi alle sentinelle dell’incrociatore.
Gli inglesi capirono ben presto il motivo della loro presenza e gli interrogarono a lungo per sapere dove avessero piazzato le cariche. De la Penne rispose col suo nome, grado e numero di matricola. Per convincerli a parlare, furono legati sulla linea di galleggiamento dello scafo, lasciando intendere che se l’incrociatore fosse affondato, lo avrebbero seguito. De la Penne, dieci minuti prima dello scoppio, chiese di vedere Charles E Morgan, comandante del Valiant. Gli disse che le bombe sarebbero esplose presto e che se voleva salvare delle vite, avrebbe dovuto portare tutti i suoi uomini sul ponte. Quando le bombe esplosero, i due italiani furono sbalzati fuori dalla nave, ma rimasero incolumi, e al loro rientro sul molo la loro galanteria fu ringraziata col saluto dei marinai del Valiant. Nonostante il successo della missione, l’effetto non fu quello sperato. Il ritardo accumulato prima di entrare nel porto fece esplodere le cariche durante il periodo di bassa marea, inabissando il Valiant solo di qualche metro, rendendo impossibile la fuga. Gli italiani trascorsero alcuni anni nei campi di prigionia e una volta firmato l’armistizio, tornarono a combattere per gli Alleati contro le forze tedesche.
Quando la notizia dell’attacco giunse alle orecchie di Churchill, emanò uno dei suoi famosi dispacci “ACTION THIS DAY”, nel quale ordinava alla Royal Navy di commissionare un congegno simile ai SLC italiani. La società Stothard & Pitt incominciò a studiarli e i primi modelli furono testati nel settembre del 1942.
Tornando all’episodio di de la Penne, la sua sopravvivenza fu merito, oltre la suo coraggio, del suo speciale equipaggiamento. In particolar modo del primo vero orologio subacqueo, fornito dalla società fiorentina Officine Panerai. L’orologio utilizzato durante la guerra era un Rolex Ref. 3646 con uno speciale quadrante realizzato dalla Panerai.
La storia dei primi modelli Panerai è avvolta da leggende e dal mito. Proverò a fare un po’ di chiarezza. Il 3646 non era nei progetti della Rolex o della Panerai, le sue origini sono in un orologio, che ho trovato in un catalogo del 1936, il Rolex Ref. 2533. Era un Oyster di grosse dimensioni con un normale movimento di un orologio da tasca con un quadrante argentato a secondi continui al 9 e numeri arabi luminescenti. Realizzato per pochi anni alla fine degli anni 1920, l’orologio da tasca Oyster aveva la cassa avvitata e la forma cushion. A causa del successo dell’orologio da polso, fu un totale fallimento. Ma il passaggio dalla Ref. 2533 alla Ref. 3646 non era di certo rivolto a chi cura l’immagine.
Quando la Stothard & Pitt introdusse i “chariot”, esatte copie dei SLC, il loro funzionamento era regolato da un timer sincronizzato all’orologio del sommozzatore. All’epoca la Royal Navy non era equipaggiata con un orologio che potesse operare sia in superficie che in profondità per diverse ore alla volta. Eccetto il Panerai nessun altro orologio poteva avere quelle performance. Grazie alla lunga tradizione manifatturiera inglese, gli orologi forniti alla Royal Geographical Society erano degli orologi da tasca con cassa a vite e la corona di carica protetta da un cappuccio stagno legato con una catenella, che potevano lavorare in condizioni estreme.
Gli originali orologi da esploratore della REG utilizzavano delle guarnizioni in pelle lubrificate con dell’olio, inserite tra i corpi della cassa. Permettevano di mantenere l’orologio impermeabile solo se controllate e lubrificate regolarmente.
Le casse sarebbero state realizzate dai due più grandi produttori di casse di Londra; Philip Woodman & Sons ( in attività dal 1821 al 1907) e Albert Thomas Oliver ( cinque generazioni di imprenditori attivi dal 1845 agli anni 1980); i loro rispettivi marchi erano PW e ATO. La Royal Navy si rivolse alla ATO per sviluppare un orologio realmente impermeabile partendo dal progetto iniziale.
L’unica modifica apportata al progetto, realizzato più di cento anni fa, fu la sostituzione della pelle con della gomma per le guarnizioni. Questo permetteva di avvitare la cassa in modo più stretto, aumentandone l’impermeabilità. A.T. Oliver era l’ultimo produttore di casse con tutti i processi di lavorazione interni. Le casse erano fatte a mano, rendendole non intercambiabili e per questo motivo ogni singolo pezzo aveva stampato il suo numero seriale, come il modello fotografato: il numero 306.
L’unica cosa da notare della cassa è il suo materiale, argento sterling (92,5% d’argento) senza alcun punzone. Le leggi sulle punzonature inglesi, risalenti al XIII secolo, non prevedevano la punzonatura se non erano destinati alla vendita. Questi orologi sarebbero stati destinati al Governo e quindi non c’era nessun consumatore da tutelare. H S indicano il “Hydrographic Survey”, dipartimento di cartografia dell’Ammiragliato responsabile di fornire i cronometri di marina per tutta la flotta della Royal Navy. C 15 è il numero di serie dell’orologio fotografato. Il materiale scelto per la cassa è l’argento per diverse ragioni: la facilità di lavorazione, il know how di Oliver e la resistenza all’azione corrosiva della salsedine.
La corona di carica, la parte più delicata della cassa, è inserita all’interno di un cappuccio avvitato, per assicurare la massima impermeabilità. Il raccordo con la cassa è protetto da una spessa guarnizione e il cappuccio è legato all’orologio da una catenella, al fine di non perderlo nella fase di carica o di messa all’ora. Il cinturino viene fissato alla cassa su due spesse anse fisse (lo spessore è di oltre 2 mm) e ha un diametro di 24 mm. All’interno del fondello leggiamo la punzonatura ATO.
Il movimento montato è un Longines cal. 12.68N, diametro di 27 mm, spessore di 5.45 mm, 16 rubini, nessun sistema anti-urto e secondi al centro continui. Sfortunatamente il Ministero della Difesa incominciò ad utilizzare questo movimento solo con gli orologi COSD, destinati alle forze avio-trasportate.
Il quadrante è in ottone, colore nero lavagna, grossi numeri arabi luminosi 12, 3, 6, 9 e grossi indici a bastone. Le lancette sono ricoperte da una vernice di radio per renderle ben visibili in condizioni di scarsa luminosità.
Le misure dell’orologio sono imponenti, ben più grosso dei Panerai,: 51 mm di diametro, 17 mm di spessore e un cinturino da 24 mm.
I numeri di serie di questi orologi vanno da 306 al 338, considerando che furono circa una dozzina i “chariot” costruiti, possiamo ritenere che ne furono realizzati una cinquantina. Conosciamo l’esistenza di pochi esemplari con questa referenza che sono arrivati fino ai giorni nostri.
Vorrei concludere ricordando il comandante Luigi Durand de la Penne che al termine della guerra, ricevette la medaglia d’Oro al Valor Militare dal governo italiano e gli onori di Churchill che lo definiva uno “straordinario esempio di coraggio e ingegno”.
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